In stand by

Ho il morale sotto i piedi. Mi sento in stand by, con la spia rossa accesa come un videoregistratore che nessuno usa più.

Cos’è successo, darling?

Mare, sole, file interminabili di ombrelloni, gonfiabili e giostrine ad ogni angolo. Io con i miei bikini nuovi di pacca per fare la mia porca figura di quarantenne in forma smagliante. Lui che organizza nei minimi dettagli la vacanza perché ha “a cuore il divertimento di noi tutti”, rispettiva prole compresa. Mi illudo che il sogno della famiglia allargata sia della misura giusta per me, per noi. Del resto, sei mesi di storia d’amore sono sufficienti per cominciare a crederci, no?

Sembrerebbe, in effetti.

Una sera viene a cena con noi la sorella di lui. Io già m’immagino piacevolissimi pomeriggi di chiacchiere e shopping con la futura cognata, immerse in fitte conversazioni al gusto di gossip. Lui però mi presenta solo con il nome, senza lo straccio di un titolo o di una definizione, tipo “la mia amica” o “la mia compagna”. Nada de nada. Per tutta la cena parlano fitto fitto tra loro, sviscerando a lungo il tema della cara mamma e della sua salute cagionevole, e intavolando un barbosissimo discorso su questioni patrimoniali di enorme gravità. Io mi mimetizzo con l’ambiente visto che nessuno mi rivolge la parola, tranne il più piccolo dei miei figli che mi comunica con un “Mamma, cacca” che se l’è fatta addosso. Mi sento già abbastanza una merda ma comincio proprio a puzzare quando lei chiude tutti gli argomenti della serata con una frase lapidaria: “Caro mio, con tutte ‘ste questioni urgenti in ballo, trovarti una donna è fuori discussione. Meno male che la cosa è di là da venire”. Lui annuisce e concorda. Io corro ad incipriarmi il naso.

Che colpo basso, la stronza!

Il mattino dopo facciamo ritorno a casa, ci salutiamo in stazione con un laconico “Ci sentiamo” e mi ritiro nella mia dimora con bambini e salvagenti al seguito. Ne segue un silenzio spaventoso, rotto solo dai miei pianti squassanti. Sms, e-mail, segnali di fumo o pizzini manco per sbaglio. Io poi già soffro di sindrome da rientro, ora che mi si è aggiunta la sindrome d’abbandono che ne sarà di me?

Sono orripilata, ma in fondo anche sollevata. Mettiamola così: sei mesi per un abito di percalla sono fin troppi. Pensa se fosse durata di più! Non resta che superare la sindrome da rientro con acquisti per il guardaroba autunno-inverno e un’orgia di aromaterapia, fiori di Bach e massaggi al Centro Benessere della Luisa. Ci vediamo domani pomeriggio, tesora.

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