Fave e pecorino

Ed è passata anche questa. Sono uscita quasi indenne dal tunnel del 1° maggio. Odio queste occasioni in cui fare una gita è quasi un obbligo. Ma è per i bambini no? Così abbiamo fatto un bel gruppetto e quando ormai all’una il sole cuoceva le pietre, abbiamo conquistato il nostro posticino in un prato. Per raggiungere il suddetto ci siamo inerpicati su amabili sentieri a picco sul mare con sporte imbottite di cibo al sacco, palle, giocattoli e stuoie. Dopo venti minuti di scarpinata avevo male ai piedi, mi dolevano cosce e glutei, mi puzzavano le ascelle e già pensavo che il mio look outdoor fosse del tutto inadeguato a tanto sforzo. Ma ci siamo seduti, finalmente.

Poi?

Ci siamo avventati sulle scorte di cibo come disperati e intanto abbiamo inseguito i bambini su e giù per il pendio erboso pensando tutti – e nessuno lo neghi! – che era meglio starsene a casa che almeno avrebbero mangiato come si deve, invece di addentare fili d’erba e fiori sconosciuti ai più. Senza contare il livello di eccitazione e di sudore raggiunto dal gruppo dei piccoli, che per domarli e tenerli al guinzaglio poi ci sono voluti due giorni.

Poi?

Siccome era il primo maggio ed eravamo in gita, no?, ci siamo tutti impegnati in una estenuante partita a pallavolo – che se mi vedi a me faccio ridere i polli – con il nostro impeccabile stile di cittadini di periferia in tenuta fuori porta e le immancabili scarpe da ginnastica che si tirano fuori in queste tragiche occasioni. In altri gruppi poco distanti dal nostro ho intravisto scintillanti tute in acetato da far invidia a Piero Scamarcio e scarpe con la suola lampeggiante multicolore. Onore al merito: tra di noi nessuno ha osato tanto.

Poi?

Com’è come non è, a un certo punto me ne son fatta una ragione. Ho trovato un bustone pieno di fave e il pecorino e mi sono lanciata in un’orgia mangereccia, tentando di dimenticare il mio primo maggio da precaria disoccupata. E’ stato orribile, te lo giuro. Ma ho capito che le cose sarebbero cambiate quando la mia mente ha iniziato a mettere insieme delle rime per un’ode alla frittata di maccheroni, splendida splendente in un tupperware poco distante da me. E’ stato lì che ho chiesto un bicchiere di negramaro, anche se sono astemia.

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